martedì, 20 ottobre 2009

Smith il Secondo.

“Nel rapporto quotidiano

con i singoli membri della famiglia,

il bambino viene in contatto

con i modelli di comportamento

che diventano il prototipo di quelli futuri”

(Cerutti, Manca 2008)

 

Si chiamava John Smith, un nome molto diffuso, come tanti altri. E come tanti altri, la prima immagine della sua vita fu quella di una luce accecante che d’istinto gli fece serrare le palpebre. Urlava e piangeva come un forsennato, toccato da decine di mani; girato e capovolto, ossessionato da una moltitudine di voci sconosciute, esseri che parlavano in una lingua incomprensibile, esseri di una forma sfocata e priva di colori.

Eppure fino a poco prima era in quell’ambiente così caldo ed accogliente, ad accompagnarlo soltanto un suono soavemente ritmico, ed una voce vellutata che spesso si manifestava, piacevoli rumori che sembravano esistere solo per cullarlo e crogiolarlo in quella che credeva una vita infinita, lontana da ogni paura.

Paura, sentimento generalmente non attribuibile ad un feto, ma ogni tanto John Smith sobbalzava; quando Kate andava in vacanza in montagna col marito e percorrevano assieme quelle strade piene di dossi e di pietre di ogni tipo. Ogni tanto una schifosa sostanza dal sapore amaro, che gli dava la sensazione di morire, di soffocare, si manifestava in quel caldo liquido che avrebbe dovuto solo proteggerlo. D’altronde Kate non avrebbe mai rinunciato al suo pacchetto di sigarette, diceva sempre che ci avrebbe messo tutta la buona volontà ma non ci riusciva, così come per il bicchierino di cognac che sorseggiava ogni domenica dopo i pasti, come rinunciare ai piaceri della vita?

John Smith era al secondo posto, prima ancora di nascere.

Eppure tutto questo per John era un idilliaco sogno rispetto all’incubo di trovarsi in quel mondo tutto nuovo, dopo soli sette mesi di gravidanza.

“Dov’è il padre di questo bambino? Dobbiamo lavarlo e pesarlo, andate a chiamarlo”

“No..” disse Kate, sfinita “Non è qui..oggi c’era l’ultima di campionato, non vorrete mica fargliela perdere per un parto?”.

Medici e ostetriche risero, pensavano che Kate facesse del sarcasmo sul menefreghismo del marito, o magari si illudevano che fosse così, e che Kate fosse un’ottima attrice.

Dopo averlo strapazzato per bene, a John Smith venne infilata una tutina rosa; quelle azzurre erano finite e l’ultima era stata data al figlio del nipote del Sindaco, di certo più importante di John Smith, nonostante la precedenza non fosse sua dato che il piccolo rampollo era nato pochi minuti dopo rispetto a lui.

Quando uscirono dall’Ospedale, tornarono immediatamente a casa. Kate, esausta, si mise a letto a dormire. “Forse sarà meglio svegliarla, l’ora della poppata è già passata da un bel pezzo” si disse Ronald Smith, suo marito “…ma in fondo..per un po’ di attesa non è mai morto nessuno, Kate ha bisogno di riposare”. Intanto John Smith nella culla al piano di sopra piangeva dalla fame, ma nessuno lo sentiva, erano tutti a dormire.

Il giorno del suo primo compleanno non fu molto differente, avrebbero voluto organizzare una festa con tutti i parenti ed i bambini del vicinato, ma i nonni erano stanchi e pieni di acciacchi, la zia Meg aveva l’irrinunciabile Canasta con le amiche, zio Paul doveva assolutamente giocare a Bowling con i colleghi, quella partita era importante, come ogni altra partita ovviamente. I cugini, avendo i genitori fuori, avevano la casa libera per portare su le rispettive ragazze e regalarsi una tanto agognata giornata di sesso sfrenato. I vicini erano troppo concentrati sulla riunione di condominio per decidere di che colore dipingere l’interno dell’ascensore per occuparsi del compleanno del piccolo John Smith.

D’altronde Kate doveva andare dall’estetista, Ronald non poteva perdersi la seconda trilogia di Star Wars, quindi è stato più che sufficiente per il piccolo John spegnere la candelina sulla torta gelato che la madre aveva comprato, nonostante fosse il mese di Dicembre, perché il tempo per farla proprio non l’aveva trovato.

“Kate, non dare la torta al bambino. E’ allergico alle fragole”

“Oh cielo, ma devo pensare a tutto io? A me le fragole piacciono tanto, chi se lo ricordava della crisi che ha avuto il mese scorso?! Era solo una fottuta crisi! Una!”

“Fa nulla, ha solo un anno, che vuoi che ne capisca di dolci”

Invece John Smith osservava quella torta invitante con la voglia di divorarla, al massimo poteva però gustarla con gli occhi, e ne era ancora più attratto a giudicare dall’espressione estasiata dei genitori che se la divoravano.

Passarono nove anni da quel giorno, e durante l’ora di educazione fisica vennero estratti due dei suoi compagni per scegliere i componenti delle squadre secondo la classica nonché sadica abitudine degli insegnanti di assegnare questo compito agli alunni. Le squadre erano oramai formate, dieci bambini nella squadra rossa e dieci in quella blu, restava fuori soltanto John Smith, il tipico bambino scelto da nessuno. Ma non veniva assegnato all’ultima squadra che aveva il compito di scegliere, bensì veniva lanciata una moneta, a chi perdeva sarebbe toccata la sfortuna di avere John, ed era sempre la croce a perdere. John era quella croce.

Quando la sua squadra perdeva la partita, nonostante il piccolo John fosse totalmente escluso dal gioco, la colpa della sconfitta veniva attribuita a lui, e i suoi compagni non perdevano occasione di pestarlo di santa ragione, di rompergli gli occhiali oppure rubargli la merenda.

Quando tornava a casa, la madre lo sgridava per aver rotto nuovamente gli occhiali “questa è l’ultima volta che te li compro, imbecille!”,  il padre lo rimproverava dandogli dello smidollato, e quando tornava a scuola, l’insegnante marcava la solita F sul registro, dato che a causa della miopia il piccolo John non aveva potuto fare i compiti.

Alle medie le ingiurie continuavano nonostante i compagni fossero completamente diversi, ma stavolta non era una partita di calcio la motivazione, bensì la voglia di divertirsi di alcuni dei suoi sgangherati compagni di classe, i soliti quattro: Adam Warren, Kevin Gordon, Alec Berry, Daniel Hornett.

Gli insegnanti pensavano che fosse il gel il motivo per cui il ciuffo di John avesse quell’effetto bagnato, invece era perché durante la ricreazione, mentre Adam gli teneva la testa nel gabinetto, Daniel tirava lo scarico, e gli altri due lo picchiavano con lo spazzolone.

L’unica cosa che cambiò alla scuola superiore fu il gioco del lancio degli assorbenti sporchi, e il bersaglio era sempre lo stesso.

Non che non cercasse di difendersi, una volta provò anche a parlarne con la madre.

“Smettila di dire idiozie, addirittura gli assorbenti, questa è buona. Non voglio più sentirti pronunciare queste schifezze!! Ma che ho fatto di male per avere un figlio così idiota e bugiardo??”

Finalmente riuscì a diplomarsi, trovò presto lavoro come impiegato statale, in uno di quegli uffici in cui non si potrebbe mai fare carriera, dato che l’unico compito è quello di ordinare scartoffie, un compito semplice che persino uno come John, che per le insofferenze degli insegnanti e la paura che lui aveva dei compagni, si era diplomato quasi col minimo dei voti.

Si fidanzò con Emma Jones, una squattrinata a cui bastava  avere un marito che avesse un impiego, d’altronde il suo scopo era quello di fare un figlio, non perdeva mai occasione di insultarlo e di tradirlo, dato che lo definiva “noioso” anche dal punto di vista sessuale, mentre preferiva farsi scopare da quei bruti muscolosi senza figli e senza noie che incontrava in palestra e che la prendevano per i capelli nel bagno degli spogliatoi e la piegavano in avanti, facendola strillare come una gallina, quale era.

John Smith era impassibile di fronte alle angherie della moglie e del figlio, che lo mandava al diavolo ogni qual volta il padre provasse a chiedergli dove stesse andando e con chi.

Ma verso i quarantacinque anni John Smith divenne invisibile davvero, lasciando il suo posto vuoto sulla Terra, un posto di cui nessuno si sarebbe accorto. Una morte banale, un incidente d’auto come tanti, causato da un cattivo funzionamento dei freni che il figlio aveva rotto la sera prima prendendo la macchina di nascosto per fare il bello con una delle sue ochette.

Al funerale venne la madre e basta, ma soltanto in Chiesa.

“Taglia corto, non posso perdere l’inizio di Beautiful, maledizione!!”

 

 

 

Il figlio aveva una partita di pallone; la moglie aveva paura che chiudessero i supermercati ed era andata a comprare la panna che aveva promesso al suo diciassettesimo amante, che adorava quando lei se ne spruzzava un bel po’ sul seno; il padre non poteva perdersi l’ultima di campionato, già, John Smith morì lo stesso giorno in cui nacque, che beffe fa la vita a volte, decide di andarsene proprio il giorno in cui è arrivata, forse anche lei si era annoiata di dare il respiro a John Smith.

Fu solo quando stavano per metterlo nel forno crematorio che John Smith aprì gli occhi..

“Dove sono?” mormorò, alzando il capo e stropicciandosi gli occhi a fatica, con gli arti anchilosati dall’immobilità, l’addetto al forno però neanche se ne accorse, sono rari i casi di morte apparente, in ogni caso era troppo impegnato a leggere la sua rivista porno, quindi abbassò la leva, fece partire il macchinario, e di John Smith non rimase neanche un lontano ricordo.

Giuly

postato da: Kashmir87 alle ore 20:43 | link | commenti (1)
categorie: racconti
domenica, 27 settembre 2009

Sono tornata

Io vivo di momenti rubati al tempo

Mio schiavo e mio sovrano

Ti fermerò nella mia mano godrò del tuo spazio

Lasciami sognare una volta ancora

Lascia ch’io respiri una volta sola

Ma che quell’aria vivida e pura come il cielo

Mi tolga e dia il fiato, anche solo per un istante

Non c’è costanza e limite che valga quanto un attimo

Un magico momento che vive all’infinito

Io non avrò rimpianti, né pensieri, né paure

Avrò solo attimi, di felicità rubata

Non penserò al domani e non avrò certezze

Non cercherò costanti, limiti ed orari

Assaporerò ogni cosa come se mai l’avessi fatto

Lascerò scegliere ai sensi e non alla ragione

Perché non c’è perdita che sia simile a un rimpianto

E vale più in minuto vissuto intensamente

Che una vita intera che offuschi la tua mente

Non annullerò più ciò che sento e ciò che sono

Non permetterò più del mio corpo l’abbandono

Non attenderò in silenzio ciò che non vedrò arrivare

Griderò ancora oltre il limite del suono

Piangerò di gioia solo a leggere il tuo nome

Perché non me ne vergono e non mi piango addosso

Ogni cosa ha un prezzo, e tu mi costi caro

 

 

Ma scelgo di restare nuda e senza nulla

Ancora una volta come prima, e una volta ancora

Reggendo il peso di ciò che mi da il fiato

Cercando il respiro in tutto ciò che ho perso

Ogni giorno ed ogni notte, fin quando avrò l'aurora.

 

 

 

La Rosa Scarlatta


Sono tornata

 

 

 

 


postato da: Kashmir87 alle ore 10:14 | link | commenti (4)
categorie: poesie, stralci di vita
mercoledì, 16 luglio 2008

Prosapoesia di un momento

Oltre quel vetro va il mio sguardo
gelida lastra, che lascia trasparire ogni fattezza
ti tocco con la mia mano, incontrando la mia
son io dall'altro lato, che non mi riconosco

vedo prima una bimba, dagli occhi vispi
sorrisi e ghigni su quel volto, innocente e vivo
la mano piccola e paffuta che incontra le mie dita affusolate
quella veste bianca, pura dell'innocenza di cui mi feci portatrice

fui germoglio e divenni fiore
nel cuore di quei miei anni bui
sguardo carico di luci ed ombre
membra troppo forti per cedere
mani troppo fragili per afferrare

davanti a me quella fanciulla
dai capelli chiari e scuri
le ferite ancora aperte sul sinistro
sguardo spento, gambe tremanti
eppure quel sorriso, quel sorriso impossibile da spegnere

il sorriso che mi diede quel vigore sconosciuto
sorriso di speranza, di forza estrema
di cui mai ero stata a conoscenza
fino a che non vidi la morte, e con quel sorriso la vinsi

La fanciulla dalla veste verde cresce, e vedo una donna in rosso
unghie rosse di quelle dita lunghe e affusolate,
ancora le mie, che incontrano le mie
sorride radiosa, vive l'amore come l'unico dei beni
ama con dolcezza e con passione e fa l'amore

fa l'amore sulle rive dei laghi
fa l'amore sui ponti, sulle sponde dei fiumi
fa l'amore amando con tutta sé stessa, riceve e dona amore
riceve e dona forza, vive ogni istante ogni momento
ed ogni sofferenza è il germoglio di un nuovo sentimento

mentre sorrido sincera incrociando il mio sguardo carico di luce
lo vedo spegnersi e scivolare in terra,
la veste diviene grigia, aderente al corpo come una serpe alla sua preda
è stesa in terra, sono stesa in terra e mi guardo ancora

mi sorride, di un sorriso diverso da quello della seconda fanciulla
una piccola fiammella ancora viva, seppur perduta
non riesco più a toccare le mie dita, non riesco più a raggiungermi
attraverso la lastra ora c'è il vuoto, ed un corpo di donna steso in terra
i boccoli neri coprono le rosee labbra sorridenti in tralice

il pugno s'apre e si chiude, come se volesse afferrar qualcosa
qualcosa che non esiste, il vuoto
le dita perdono forza e si lascia andare
è stanca di vegliare ed afferrare
si lascia abbandonare su quel pavimento
più gelido ancor della lastra, di un muro di cemento

e dorme Giuliana, di un sonno eterno
ed io la guardo, con consapevolezza
desiderando d'esser più ignorante e non capire
ciò che inutilmente a me stessa voglio mascherare
ciò che ho derubato e che ho donato
per tutto ciò che mi è stato strappato
e perché giammai mi fu ridato

Guardo oltre la lastra di vetro
oltre il nulla, vi do un pugno, cerco di sfondarla
mi ferisco la mano...
 

postato da: Kashmir87 alle ore 09:29 | link | commenti (11)
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mercoledì, 25 giugno 2008

Illusione, effimera

L'illusione di riuscire a non affezionarmi
non è da me, non ci riesco
sto cercando di prendere per culo me stessa
noi siamo i primi incapaci di annientare noi stessi.
Perché annientarmi? Perché lo sto facendo?
Perché il mio istinto mi illude
mi illude di riuscire a godermi momenti felici, con qualcuno che mi fa stare bene
senza legarmi troppo, senza affezionarmi, senza subire conseguenze emotive.
Mi aveva avvisato mia madre.
Mia madre mi ha detto "non farlo, soffrirai"
io l'ho fatto. Ancora non sto soffrendo. Credo.
Ma mia madre mi conosce, mia madre ha ragione.
Io l'avevo accusata di possessività nei miei confronti.
Non era possessività...lei mi conosce, lei lo sa.
Lei lo sa che se frequento qualcuno che mi piace, che mi interessa davvero, a cui voglio bene
non riesco a non affezionarmici.
Partirò, partirò per due mesi, due mesi interi a lavorare, a fare quel lavoro che mi permette di staccare la spina e mandare affanculo il resto del mondo.
E ho la sensazione così vivida che lui non sarà lì ad aspettarmi.
Io lo sapevo, a livello inconscio, lo sapevo.
Lo sapevo perché mi sono detta "vabè, male che vada che mi affeziono..mi sfanculo due mesi e passa tutto"

seeeee....

come se non mi conoscessi....

eppure gli piaccio, facciamo conversazioni vere, vive, intime, pure. Dalla cultura alle cazzate, dalla nostra infanzia ai nostri genitori...di tutto, e ci troviamo bene davvero.

Non è colpa sua, sono io ad essere sbagliata, lui è stato onesto, forse l'unico ad essere stato onesto. Anzi, senza forse.

Eppure...eppure...

Niente, è sempre la solita storia. "Mi arrapi da morire", ma poi basta. Non riesco a suscitare altro.


Forse è questo che mi ferisce davvero.
Sì, forse è questo.

postato da: Kashmir87 alle ore 18:53 | link | commenti (2)
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martedì, 24 giugno 2008

Sembra scritta per me..questa sono io..

Tema d'amore - Lisa

Io cammino a occhi chiusi
sognando la riva del mare
ciò che dicono le persone non sento
se del mio corpo parlano
o del destino futuro.
Io ho piccoli piedi per fuggire
e un culo che ammiro
come una volpe la coda
vanitosamente.

Io vorrei essere rispettata
come rispetto la quercia
nel giardino che beve
le nostre gocce di sangue
quando nasconde il sole
e enorme nel buio appare
il soffitto di un sogno.
Io rido e mi tolgo il rossetto
e subito lo rimetto
e non saprei dirvi perché
io vorrei cambiare ogni ora
ma non chiamatemi incostante.
Ho bisogno di aria buona
e di fumo, e di nebbia
di andare via e restare
rotolare e lavarmi
non chiamatemi pazza.
Io voglio una città
che non sia solo di insegne
io amo il silenzio
che separa le parole
non quello che viene dopo
alle sirene e agli spari.
Io sento l'uggiolare dei cani
nella tana. Io lavoro
tra profumi e shampoo
ma sento la puzza
del fiato dei caimani.
Io piango china davanti
all'altare di un’autoradio
io graffio e scalcio.

Io vorrei non essere mai nata
e vorrei essere vecchia
come ciò che so del mondo
dormire tra le tue braccia
sentirti parlare
di tuo Padre, per ore
e vorrei lasciarti solo
con la moto in fiamme
sull'asfalto striato
bere il tuo sangue dal mignolo
succhiarti il cazzo
fredda come in un film
e mostrarlo alle amiche
e vorrei che scrivessi
di me su tutti i muri.

Io piantai le forbici
nel braccio a un tipo
che mi sbavava addosso
io mordo, io soffro
prigioniera nel bosco
tra le mute dei cani
io sono la regina, la serva
io non so dove andare
questa sera, nel buio
e non so dove trovarti.


Stefano Benni

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lunedì, 09 giugno 2008

Ricordo di una notte di mezza estate

Era buio. Di un buio profondo, tetro, di quelli che ti offuscano il cuore e la mente oltre che la vista, che non lasciano mostrare neanche un filo di Luce proveniente dalla Luna, solo poche luci artificiali, gelide ancor più della notte stessa, quella notte che in tanti momenti credi compagna, sorella, e che si rivela poi una traditrice, la tua acerrima nemica.

 

Non so come mi sono ritrovata lì, con i polsi bloccati dalle sue mani viscide, schifose, il busto che premeva contro il mio, le sue gambe cercavano di bloccare le mie, mi agitavo, a vuoto, come se fossi una piccola mosca in un’enorme ragnatela.


Il ragno tesse la sua trama e lascia che le vittime vi muoiano impigliate prima di mangiarle, gli offre l’ultima speranza, l’ultima possibilità di fuggire. Il ragno è un animale nobile.

L’uomo è il peggiore fra gli animali. L’uomo è un pezzo di merda.

 

Io non riuscivo a fuggire da quella ragnatela, gridavo e a stento mi usciva il fiato dalla gola, mi agitavo come una piccola mosca, non facevo altro che peggiorare la situazione, mi impigliavo sempre di più in quei stramaledetti fili.

 

Le sue mani, quelle mani sporche, quelle mani grandi che si muovevano lungo il mio corpo, che tentavano di tenermi ferma, quell’alito schifoso..di alcool…quel lerciume, il lerciume del suo animo e della sua mente malata che era divenuto palpabile.

 

Non so come, l’istinto di sopravvivenza, Dio, la paura, quel po’ di amore per me stessa che mi era rimasto, il pensiero di mia madre, il pensiero di quello che allora era il mio ragazzo…ero appena maggiorenne, ero ancora un fiore, un fiore delicato, i cui petali e le cui foglie ancora tremavano, sussultavano, vibravano per un minimo soffio di vento.

Alzai il ginocchio e riuscii a colpirlo, proprio nella zona che avrei voluto annientare, per il dolore allentò la presa, riuscii a scappare, aprii la porta che aveva chiuso a chiave dando tre mandate, scappo, corro all’impazzata, mi infilo nel mio camper e chiudo la porta, tre mandate, il massimo delle mandate che potevo dare.

 

Mi siedo sul letto, piango, singhiozzo, grido, tremo come una foglia, abbraccio le mie gambe.

Per ore, per ore e ore, per ore.

 

E cresco, cresco prima del tempo, in quella notte sono cresciuta di una decina d’anni, e anche nell’altra, simile a questa, e in tante altre notti che avrei voluto che i miei occhi non vedessero.

 

Eppure ancora conservo l’ingenuità di un bambino..

 

Eppure ancora non riesco ad amarmi..

 

 

 

Serepta Mason


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categorie: stralci di vita
sabato, 17 maggio 2008

L'angolo di Sarah

http://uniferpi.wordpress.com/2008/05/17/sensibilizzazione-relativa/#more-409

leggete gente, leggete. Ogni tanto fa bene riflettere un pò anche a noi psicopatici ;)

Grazie, Luce :*

postato da: Kashmir87 alle ore 10:58 | link | commenti
categorie: eventi importanti
giovedì, 15 maggio 2008

Per il mio raggio di Sole



Vidi nascere un fiore e gli diedi il tuo nome

Stelo sottile, petali chiari, carezzati dai raggi del Sole

Languidi i miei sguardi, lunghi i miei sorrisi

nell’ammirarlo nella sua forza

 

Candido fiore che vinse le forze del vento,

alti e spessi gli steli che ne subirono il lamento,

ma tu fosti forte, le radici nella tua terra, i petali aperti verso il Sole;

quello stesso Sole che emani ogni qual volta sento la tua voce

 

Ti conobbi in un giorno di gelo e luce, quasi per capriccio

Broncio per il male che vien fatto, anche in piccole cose

Cercai in te il sorriso, in una spiegazione

E tutto ciò che trovai nelle tue parole, fu Amore

 

Tu che resti silente ad ascoltare..

Tu che con la voce e le parole sai cullare

Tu che fai d’ogni frase un canto

Tu che fra le tue braccia mi tieni sospesa ogni giorno, fra sogno ed incanto…

 

Tu che cogli le lacrime d’ogni mio pianto con le tue dita

e gli dai forma nuova, e torno ogni giorno ad amare la vita

perché mi concesse di prendere parte al tuo destino,

di percorrere mano nella mano il tuo stesso cammino

 

Ed è per te, mio splendido Raggio di Sole,

che adesso sorrido di nuovo, scrivendo queste parole,

perché al tuo solo pensiero sul mio volto prende vita il sorriso

dai luce al mio spirito, al mio cuore, alla mia voce..al mio viso..

 

A te che sei la gioia di chi ti è accanto

A te che di ogni gesto ne fai incanto

A te che ad ogni giorno dai colore

A te che sei…semplicemente Amore

 

 

 

 

Con te, per sempre

 

Giuly

 

 

 

 

 

 

 

Marco, che conobbi come Moak.

A lui sono dedicati questi versi senza metrica e senza rima.

Senza grazia, senza poesia. Molto meno di ciò che lui meriterebbe.

 

Marco si sveglia, ha tante cose da fare, ma il suo primo pensiero va a coloro che ama.

 

A Elisa, la sua Elisa, una donna meravigliosa, carica d'amore quanto lui, un'anima in grado di accogliere il lamento e le risa di chiunque, in grado di abbracciare anche l'ultimo degli esseri viventi, così piena e immensa da abbagliare chiunque abbia l'opportunità di scorgerla.

 

A Giuly, che sarei io, a volte mi chiama piccola Stella. Dice che anche io emano una luce, una luce grande...io non so se è vero..so soltanto che lui riesce a leggere in me ciò che io non ho mai letto, riesce a percepire i miei stati d'animo prima di me, riesce ad abbracciarmi anche a tanti chilometri di distanza.

 

A Sarah, anima forte e delicata, pura, buona, che riesce a provare tutto l'amore del mondo nonostante gli ostacoli, un cuore sempre pieno di perdono, dolcezza, dove l'ombra del rancore non sporca l'animo come invece accade nella maggior parte degli  esseri viventi.


 A Sara..anima inquieta e senza pace...che vaga nel buio...nel piccolissimo, minuscolo lato buio della vita, vedendolo come l'unico...a cui auguro di sorridere per sempre. Solo Marco al mondo riesce a farla stare bene.

a tutti coloro che hanno la fortuna di averlo accanto, a tutti coloro a cui ha cambiato la vita semplicemente con la sua presenza, me compresa.

 

 

Marco è l'unica persona con la quale ho un rapporto così bello, pieno, completo. So di poter contare sempre su di lui, so che lui potrà contare sempre su di me.

Io non sono certa mai di nulla nella vita.

Marco è una certezza, una delle mie certezze.

 

Ne ho ben poche di certezze.

 

Le mie certezze sono mia madre, i miei fratelli, Dio come lo intendo io ovviamente...e non ha nulla a che fare con la Chiesa o stronzate simili, i miei nonni, pochi amici, che si contano sulle dita di una mano. Due per la precisione.

 

Marco è una delle mie certezze. Lo ripeterò fino alla nausea.

 

L'amore, cos'è l'amore? E' un sentimento che va oltre il voler bene, è così immenso da riempirti l'anima in ogni momento della tua vita, da darti forza ed un sorriso semplicemente col pensiero della persona verso cui questo amore è rivolto. Un sentimento che riempie..riempie tutto...

 

Un passerotto canta alle mie spalle, me ne accorgo, lo sento, perché provo Amore.

 

Ed è col mio Amore che spero di ricambiare tutto ciò che mi da questa persona, il modo meraviglioso in cui riempie la mia vita, ore intere trascorse ogni giorno assieme, io ad ascoltare la sua voce e lui a vedere i sorrisi che essa scaturisce in me.

 

Se lo sento ridere, sono felice.

Se lo sento piangere, soffro con lui, ma gli sorrido, lo abbraccio forte finché non si sono asciugate tutte le lacrime, ed avere la possibilità di essere al suo fianco è uno dei doni più belli che la vita mi abbia fatto.

 

Vorrei scrivere di più...il mio cuore ancora ha tanto altro da dire...ma ho tanta bua e penso che per ora mi fermerò qui...

 

Ti stringo (cit.)

 

E ti voglio un bene dell'anima...


postato da: Kashmir87 alle ore 12:32 | link | commenti (2)
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lunedì, 17 marzo 2008

Alice nel paese dei silenzi incantati

Alice è una bimba bellissima, e come tutte le bimbe vive in un mondo incantato, in cui elfi e fate vegliano su di lei per tutta la notte e la accompagnano a scuola durante il giorno.

Alice ha due guance rosse, di quel colore profondo che hanno le fragole; ad ogni bacio che le viene dato lei sorride, e le fragole diventano sempre più grandi e più dolci.

 

Com’è tenera la piccola Alice, il tempo non sembra avere effetti sulla sua innocenza, anzi, più cresce e più la sua dolcezza viene messa in risalto dalle sue espressioni, dai suoi sorrisi, che con estrema serenità rivolge a tutti i passanti, di quei sorrisi contagiosi, che restano impressi per tutto il resto della giornata, e fanno ricordare quanto può essere bella la vita.

 

La Domenica è il suo giorno preferito, perché il papà la porta al parco a giocare e le compra sempre un grande palloncino colorato.

Alice corre, corre col grande palloncino colorato, fa il giro di tutti gli alberi e ride, di una risata tutta sua, diversa da quella di tutti gli altri bambini del parco, una risata che ha qualcosa in meno, ma tantissime altre cose in più; è carica di gioia, vita, emozioni, felicità.

 

Il papà è lì a contemplarla, con gli stessi occhi lucidi con i quali la guardò mentre stava nascendo, le avrebbe comprato molto più di un palloncino, le avrebbe regalato tutto il mondo pur di sentirla ridere.

 

Ma Alice ride, lei e i suoi occhi, di una risata unica al mondo, una risata senza voce, ma che ha da raccontare tutte le bellezze dell’universo. I suoi sguardi ridono con lei, brillano come le stelle guardate dagli occhi degli innamorati che insieme ne decantano le bellezze nelle notti d’estate, come i fari che silenziosi guidano i cammini dei naviganti stanchi, come i fuochi d’artificio d’inverno che le mamme e i papà guardano con i loro piccoli fra le braccia.

 

E quando comincia ad essere stanca, Alice torna dal suo papà, che l’aspetta seduto sulla panchina; si fa legare al polso il filo del palloncino, gli prende la mano e lo porta con sé a passeggiare per i prati, sognando di essere con lui in un bosco incantato, senza città, senza strade, dove ci sono solo tanti fiori colorati e tanti gnomi che cantano senza voce.

 

Alice ama i fiori, proprio perché sono pieni di colori carichi di vita, si sente molto vicina a loro, anche lei è colorata e senza voce, anche lei ha tanta bellezza da donare al mondo e la comunica soltanto con la sua luce.

 

Alice sogna tanti piccoli gnomi che ballano, senza una musica di sottofondo; saltano felici attorno a grandi funghi come lei fa con gli alberi, le loro labbra si muovono senza emettere suoni. Immaginano allegri canti festosi, si prendono a braccetto salutando ogni giorno il Sole, ad ogni alba, ad ogni tramonto.

 

E così fa lei, non conosce la musica, ma è in grado di immaginare melodie meravigliose, tramutandole in danze per gli elfi e le fate che vegliano su di lei giorno e notte.

 

Sa comunicare l’amore senza parlare, ha un quinto senso diverso, ascolta la gente solo con la sua anima, avverte la gioia e il dolore, e se camminando per la strada legge solitudine negli occhi di un anziano, vergogna in quelli di una giovane ragazza che ha perduto la dignità per l’amato, tristezza in quelli di un bambino come lei perché la mamma gli ha negato un’attenzione; lei non si tira indietro, guarda negli occhi di queste persone col sorriso impresso sulle sue piccole labbra a forma di cuore, con uno sguardo colmo di vita e di gioia, trasmettendogli la più grande felicità che un essere umano possa contemplare, di quelle che sempre si potrebbero avere ma a cui troppo spesso nessuno fa caso, di quelle che si hanno a portata di mano e non si vivono mai davvero, di quelle che se fossero vissute davvero, potrebbero cambiare il mondo.

 

Alice sa ascoltare il vento senza sentirne il suono, chiudendo le palpebre e avvertendone le carezze, a volte più calme ed altre più intense, quell’aria delicata e  profonda che lei chiama dentro di sé “il respiro della Terra”, la sua amica Terra, così gentile da emettere il suo fiato, dando a sua volta il respiro ad ogni essere umano, accarezzando i volti delle bambine come lei ogni qualvolta espirasse; per Alice anche il vento è un enorme gesto d’amore.

 

I canti che Alice inventa nel cuore della sua immaginazione non hanno parole, sono soltanto suoni che fuoriescono dai cespugli e dai fiori che sbocciano, nei suoi sogni tutto ha musica, tutto ha voce, e lì lei vi vive tutto ciò che al mattino invece dipinge col pennello della sua mente.

 

Durante il giorno guarda la gente parlare, muovere le labbra schiudendole e riaprendole in base all’ampiezza del suono e all’altezza della tonalità di voce. Non conosce termini, voci e suoni, ma ha inventato una lingua a tutti sconosciuta, che solo lei riesce a comprendere, con la quale immagina dialoghi pieni di risate. Risate silenziose.

 

Quando nacque, sorrise. Fu l’unica bambina di tutto l’ospedale a sorridere appena nata. Quel sorriso portò amore e gioia a tutti i presenti, e asciugò le tristi lacrime della mamma e del papà, quando il medico gli disse che la piccola non avrebbe mai potuto parlare né ascoltare, per problemi dovuti alla gravidanza.

 

Ma Alice sorrise, appena nata, inebriata dall’odore e dagli occhi della sua mamma, dal contatto col battito del suo cuore che avvertiva fortissimo sulla sua pelle, non lo ascoltava: lo sentiva addosso, nel suo corpo, come era sempre stato fino ad allora quando ancora viveva nel suo ventre.

 

Quando alla Domenica sorge il sole, la piccola si sveglia, corre nel letto dei suoi genitori, si lascia avvolgere dalle braccia della mamma, poi da quelle del papà, ridono insieme di quelle splendide risate silenziose, comunicano col calore dei loro corpi proveniente dall’immenso amore che li invade.

 

Poi si addormenta fra le braccia di lui, mentre la mamma va a preparare la colazione, non vedendo l’ora di svegliarla di nuovo col profumo delle cialde appena fatte per guardarla correre verso la tavola.

Il papà la guarda dormire, chiude gli occhi con lei. Alice si lascia cullare dal suo respiro, dal petto che si gonfia e poi si sgonfia, dal suo fiato che come una carezza le sfiora i capelli.

 

E cresce felice, perché può cogliere tutto, può vivere a pieno le cose, ha un senso in meno ma una dote in più, che tutte le altre persone non hanno.

Alice sa ascoltare il silenzio, può innamorarsi davvero, di qualsiasi cosa.

 

Sogni d’oro, piccolina, insegnaci a viaggiare nel paese dei silenzi incantati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedicato alla piccola Teresa, una bambina sordomuta conosciuta tanto tempo fa...che mi ha insegnato tanto...ti abbraccio forte piccolina...


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categorie: racconti
martedì, 19 febbraio 2008

Mamma

Ti guardo nel tuo corpo da bambina

Coi boccoli appena scuri che carezzano il tuo volto

Un leggero soffio del vento li scosta davanti alle tue piccole labbra

Fra le braccia stringi una bambola di pezza

con il suo finto sorriso cucito che con te pare ridere davvero..

i tuoi occhi giovani e puliti danno luce a tutto ciò che guardi

le tue piccole mani paffute danno vita a tutto ciò che tocchi

ed ogni tuo sorriso è contagioso per chi ti è accanto

o anche soltanto per chi durante il giorno, almeno una volta

ha la fortuna di guardarti

impossibile non soffermarsi su di te più di un istante

impossibile non gioire nel guardarti giocare col mondo..

mi porto accanto a te, ti guardo e taccio..

semplicemente divento felice e mi perdo in un tuo abbraccio…

 

Ti guardo nel tuo corpo di ragazza

Il capo scompigliato coperto da un pesante basco

Lo lanci in aria e lo lasci afferrare a chi ti è accanto

Sorridi a chiunque percorra il tuo cammino

Ed è così bello smarrirsi nei tuoi occhi color dello smeraldo

Ritrovandosi poi nelle tue labbra quando ridi per una piccola gioia

Chiunque ti conosce, di te s’innamora, del tuo innamorarti ogni giorno

Di ogni piccola cosa, come quand’eri bimba

Stendendoti anche adesso sui prati, prona

Giocando con le dita appena infreddolite con i petali di un fiore

Trovando piacevole anche della foglia del suo stelo il colore

E con le mani che al ritmo di ciò che provi fai muovere sulle corde

Leggere e delicate come una danza

Accompagni ogni nota col tuo canto spensierato

 

Ti guardo adesso nel tuo corpo di donna

E ancora m’innamoro di te ogni giorno..

Il tuo tornare dal luogo frustrante dove t’hanno frustata

Col sorriso sulle labbra che regali alle tue tre piccole foglie..

Non conosci sbarre che rinchiudano il tuo spirito libero

Ti desti ogni giorno alla stessa ora, stessi impegni, stessi eventi

Eppure ogni giorno doni una luce nuova

E anche in quel luogo che odi tanto, sorridi a chi ti viene accanto

Dalle prime luci del mattino alle prime ombre della sera

Il tuo sguardo appare stanco, ma mai privo della vita che vi infondi..

E con lo stesso affetto, abbracci e consoli la tua piccola donna..

Piangi e ridi di gioia e di dolore per il tuo grande ragazzo..

E rinasci ogni volta che guardi giocare il tuo bambino..

In ogni istante della mia vita mi lascio cullare dal tuo pensiero..

E se una lama mi trafigge il petto, chiudo gli occhi e vedo te..

Poi sorrido mentre la tua immagine scorre perpetua nella mia mente..

Una lacrima dal sapore dolce, diversa dalle altre, riga il mio volto…

E torno a sorridere, a vivere, e a salvarmi dalla morte..

Per poter tornare a dire al mondo che ti amo…

 

 

La Luna che illumina dal riflesso della tua luce

 

Giuly


postato da: Kashmir87 alle ore 11:59 | link | commenti (1)
categorie: poesie